14 aprile 2008

Islamici attaccano scuola

Quattro insegnanti tra cui due somali con passaporto britannico sono stati uccisi la notte scorsa nel corso di un attacco di un gruppo armato islamico contro Beledweyne, centro abitato 300 chilometri a nord di Mogadiscio. Lo hanno riferito fonti locali. Gli assalitori hanno per qualche ora assunto il controllo della cittadina, capoluogo della provincia di Hiraan. Non si conoscono le circostanze precise in cui, nel corso di un attacco a una scuola, i quattro, due somali con passaporto britannico e due kenyani, sono stati uccisi. Secondo una fonte locale una delle persone uccise, identificata come "britannica", è una donna. Un portavoce degli insorti - che si richiamano alle cosiddette Corti islamiche - ha confermato l'uccisione degli insegnanti ma ha negato di sapere chi l'abbia compiuto. Ansa.it

04 aprile 2008

Il ritorno dei pirati

Pirati hanno abbordato e preso d'assalto un grande veliero di lusso francese, il Ponant, che navigava al largo della Somalia. Gli aggressori tengono in ostaggio una trentina di membri dell'equipaggio. Il Ponant è stato "vittima di un atto di pirateria nel primo pomeriggio mentre navigava tra la Somalia e lo Yemen" ha detto il capitano di vascello Christophe Prazuck dello stato maggiore della difesa francese. Secondo quanto riferito dall'ufficiale alla AFP il tre alberi non avrebbe avuto passeggeri a bordo. "Mezzi militari francesi e della Task force 150 (una forza marittima sotto comando Usa) sono presenti nell'area. "Hanno permesso di confermare la situazione e di seguirne l'evoluzione" ha aggiunto l'ufficiale. Ansa.it

12 febbraio 2008

Rapito cooperante tedesco

Un membro di una Ong tedesca e' stato rapito questa mattina in Somalia. Il fatto e' avvenuto al termine di uno scontro a fuoco tra le sue guardie del corpo e i sequestratori. Secondo quanto ha affermato il governatore della regione di Sanag, Mohamud Said Nor, l'operatore era in compagnia di una donna straniera, lasciata libera, al momento dell'agguato. L'organizzazione, Agro Action, ha confermato la sparizione di un suo membro.

03 febbraio 2008

Salta in aria un bus

Una bomba piazzata sulla strada ha ucciso almeno otto donne che stavano viaggiando su un minibus nella zona sud di Mogadiscio. Il conducente e altri due passeggeri del mezzo sono scampati all'attentato, riportando solo alcune ferite non gravi. Secondo un testimone 'e' sembrato come se una bomba controllata a distanza avesse sbagliato obiettivo: un camion che trasportava militari e' infatti passato di la' solo qualche secondo dopo'.

01 febbraio 2008

Medici senza frontiere se ne va

L'organizzazione umanitaria 'Medici senza Frontiere' (MsF) ha deciso di lasciare la Somalia dove operava su larga scala da 16 anni. Lo rende noto un comunicato diffuso a Nairobi. La decisione, si spiega, fa seguito all'attacco compiuto contro un loro gruppi di operatori lo scorso 28 gennaio in prossimità di Chisimaio, nel sud della Somalia: cinque persone vi persero la vita, tra loro un tecnico francese ed un chirurgo keniano. "Attacchi intollerabili ed oltraggiosi", li definisce la nota. Il ritiro delle 87 persone di Msf che operavano su 14 progetti in Somalia è già iniziato.

12 gennaio 2008

Nuova commissione per Ilaria Alpi?


Fumetto tratto da "Ilaria Alpi, il prezzo della verità"

La proposta di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (doc. XXII, n. 14) è tornata all'esame della Commissione Esteri del Senato, ma la decisione è stata posticipata a martedì 15 gennaio. Il senatore Antonio Polito, relatore del provvedimento sull'istituzione di una Commissione di Inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ha proposto alla Commissione Esteri del Senato di esprimere un parere favorevole all' istituzione di una nuova Commissione sul tema, anche se ha proposto che essa sia delimitata nei tempi e negli obiettivi e che non sia una ripetizione o un giudizio di appello dei lavori della precedente Commissione d'Inchiesta della Camera,presieduta da Taormina. "La decisione del GIP di Roma, che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal PM e ha disposto nuove indagini delimitate nel tempo e negli obiettivi, indica anche a noi il metodo giusto: abbiamo l'obbligo morale e politico di non scrivere la parola fine su una vicenda che con tutta evidenza non è stata chiarita fino in fondo e a fare tutto ciò che è in nostro potere per uscire dal vicolo cieco in cui si trovano le indagini prima di dichiararci impotenti a dare una risposta alla sete di verità e giustizia delle famiglie". Il senatore Polito ha però aggiunto che bisogna circoscrivere tempi e obiettivi di una nuova inchiesta parlamentare per evitare ripetizioni, palcoscenici mediatici, turbinii di consulenti e tutti i difetti che hanno già danneggiato il lavoro della Commissione Taormina trasformandola in un'occasione mancata. IlariaAlpi.it

09 gennaio 2008

Arrestato giornalista

L’unione nazionale giornalisti somali condanna l’arresto del giornalista Idle Moallim, avvenuto nella città di Bossasso il 5 gennaio 2008. Moallim, un giornalista freelance, è stato fermato nella regione del Puntland, mentre preparava un rapporto circa il traffico di esseri umani che avviene tra la città di Bossasso ed il golfo. Omar Faruk Osman, segretario generale del NUSOJ (National Union of Somal Journalists), ha dichiarato “Chiediamo l’immediato rilascio di Idle Moallim. Intimidire i giornalisti per aver approfondito argomenti di pubblico interesse quali la tratta di esseri umani è assurdo”.

26 dicembre 2007

Sequestro lampo di due spagnole

Due spagnole, che lavorano con l'organizzazione umanitaria internazionale Medici senza frontiere (Msf) sono state rapite oggi nel Puntland, nel nord della Somalia. Lo hanno detto il loro autista e un funzionario locale. Il rapimento dovrebbe concludersi rapidamente dal momento che, a detta dell'ambasciatore spagnolo a Nairobi, i rapitori si sono già arresi e "stanno chiedendo che gli venga garantita l'incolumità". Le due donne rapite sono il medico spagnolo Mercedes Garc¡a e l'infermiera argentina Pilar Bouza. "Stavo portando le due donne all'ospedale locale, quando sei uomini armati di pistole si sono avvicinati, bloccando la strada", ha detto l'autista somalo, che ha chiesto l'anonimato. "Mi hanno colpito molto duramente e hanno rapito le donne portandole via con la loro automobile", ha aggiunto. Il rapimento, nel porto di Bosasso, è avvenuto due giorni dopo che un gruppo armato del Puntland ha rilasciato il giornalista francese Gwen LeGouil, rapito e tenuto in ostaggio per otto giorni per ottenere un riscatto di 80.000 dollari.

17 dicembre 2007

Rapito giornalista francese

Un giornalista televisivo francese è stato rapito ieri da sconosciuti nella città portuale di Bosaso, capitale economica di questa regione semi-autonoma e separata dal resto della Somalia (così come il Somaliland) dalla caduta del regime di Siad Barre nel 1991. Gwen Le Gouil era da un giorno in città e avrebbe dovuto girare un servizio sul traffico illegale di migranti tra la Somalia e lo Yemen per “Arte” la rete televisiva per la quale lavora. Bosaso è da tempo uno dei principali punti di passaggio del traffico clandestino di esseri umani tra il Corno d'Africa e le coste della penisola arabica.

Il Ministero degli Esteri francese ha confermato la liberazione, avvenuta oggi, di Gwen Le Gouil, il giornalista francese rapito in Somalia lo scorso 16 dicembre. Per la liberazione - precisano da Parigi - non e' stato pagato alcun riscatto. Un portavoce del Ministero ha ringraziato le autorita' regionali del Puntland, "e in particolare il presidente Mohamud Muse Hersi" per la collaborazione prestata nella liberazione di Le Gouil.

Quella strage dimenticata

Quel giorno finì l'illusione delle missioni di pace: anche gli 'italiani, brava gente' capirono che si poteva combattere. E morire. Ma quel giorno secondo molti nacque anche la prassi della diplomazia parallela in zona di guerra, ossia l'abitudine a trattare anche con chi ci spara addosso. Insomma, quel giorno a Mogadiscio cambiarono tante cose che varrebbe la pena di ricordare, studiare, analizzare. Anche per non ripetere oggi gli stessi errori in Afghanistan, in Libano o in Kosovo. Eppure è stato tutto dimenticato.Adesso History Channel ripercorre la battaglia del Check point Pasta, mettendo in evidenza con testimonianze e filmati inediti gli aspetti più controversi di quella drammatica mattina del 2 luglio 1993. Quando anche i caschi blu italiani furono costretti ad aprire il fuoco sulla folla. La ricostruzione diretta da Andrea Bettinetti andrà in onda il 21 dicembre. Sembra una replica di 'Black Hawk Down', il film sull'operazione che provocò il ritiro degli Usa dalla Somalia. Anche i nostri militari si ritrovarono intrappolati nel labirinto di Mogadiscio e dovettero lottare per portare in salvo i feriti, ben 22. Ricorda Fabio Tirollo, giovane sottotenente alla guida di un autoblindo: "Un capitano della Folgore mi puntò il mitra: 'Carica questi due parà feriti e sfonda le barricate'. Risposi che l'ordine era di non muoversi. Lui disse: 'I casi sono due: o li porti in salvo o ti sparo'". Le immagini dei due parà insanguinati hanno fatto il giro del mondo. Meno note quelle dei loro commilitoni che all'inizio degli scontri prima sparano in aria, poi abbassano il tiro fino ad altezza d'uomo. Con lo stupore per quella battaglia imprevista. L'Espresso

11 dicembre 2007

Espulsi ventiquattro giornalisti

“Le autorità hanno posticipato di cinque giorni la nostra espulsione, dopo averci detto in un primo momento che dovevamo andarcene entro 24 ore. Adesso siamo ancora ad Hargeisa (capitale del Somaliland, ndr) ma il provvedimento resta attivo”. Lo ha detto alla MISNA uno dei 24 giornalisti su cui pende un decreto di allontanamento emesso dal governo del Somaliland, regione semiautonoma del nord della Somalia, in cui i cronisti avevano cercato riparo dopo essere sfuggiti alle violenze e alle minacce subite nella capitale. “Per molti di noi, tornare a Mogadiscio in questo momento comporta altissimi rischi” ha aggiunto l’uomo, chiedendo di rimanere anonimo per questioni di sicurezza. L’Unione nazionale dei giornalisti somali (Nusoj) ha criticato le autorità del Somaliland, che si sono giustificate con il fatto che “i giornalisti in questione mettevano a rischio la stabilità del Somaliland”. Condanne in proposito sono state espresse anche dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), con sede a New York, che ha ricordato che “se il Somaliland vuole diventare un territorio autonomo riconosciuto dalla comunità internazionale, deve aderire ai principi di protezione e salvaguardia dei diritti umani”. Il Cpj accusa inoltre il Somaliland di aver “punito” i giornalisti espulsi, per aver riportato notizie delle violenze commesse dalle truppe etiopi presenti sul territorio somalo in sostegno al governo di transizione di Mogadiscio, mettendo a rischio le ottime relazioni che il Somaliland intrattiene con Addis Abeba. La Somalia, le cui autorità hanno imposto di recente una forte stretta agli organi di stampa, ha assistito nel 2007 all’assassinio di 8 giornalisti, diventando secondo le associazioni per la libertà di stampa “la regione più pericolosa per gli operatori dell’informazione dopo l’Iraq”. Nelle scorse settimane, il sindaco di Mogadiscio, Mohammed Dhere, ha diffuso un “regolamento” per i media che proibisce di riferire, senza permesso, dei combattimenti e delle operazioni militari in corso nella capitale somala o di intervistare esponenti dell’opposizione al governo.

04 dicembre 2007

Le suore costrette a fuggire

“La situazione è così difficile che non posso dire quando e se torneremo”: così, in una nota giunta oggi alla Misna, Ahmed Ibrahim, direttore del Villaggio per bambini ‘Sos Children’, annuncia la chiusura temporanea del complesso, un villaggio e un ospedale pediatrico, situato nella zona nord di Mogadiscio, colpito ieri, ancora una volta, dai bombardamenti delle forze governative. Le famiglie che vivevano all’interno della struttura, gestita per anni dalle suore missionarie della Consolata, hanno cominciato a lasciare oggi il ‘villaggio’ dopo che i “massicci bombardamenti” hanno causato la morte di una donna e il ferimento, grave, di altre quattro persone, inclusi tre operatori che lavoravano all’ospedale. Misna



Le ho conosciute, sono entrato in quell'ospedale pieno di donne e bambini, ho visto quanto erano amate e soprattutto quanto erano utili. Perdere loro significa per la Somalia un altro grande passo indietro sulla strada della speranza. Un brutto colpo per chi ancora crede nella pace. Se sono costrette a fuggire loro, eroine coraggiose, significa che non ci sono più margini per vivere civilmente. Dentro l'ospedale somalo

03 dicembre 2007

Giornalisti tra due fuochi


Oggi, l'Unione Nazionale dei Giornalisti Somali ha rivolto al nuovo premier, Nur Adde, un appello perché tuteli l'attività dei reporter somali. Dall'inizio dell'anno, sono otto i giornalisti somali uccisi mentre svolgevano il loro lavoro. Un numero che, secondo i dati di Reporter Senza Frontiere, fa della Somalia il secondo Paese più pericoloso al mondo per i giornalisti, dopo l'Iraq. E per gli otto che sono morti, decine di altri sono dovuti fuggire a causa delle minacce, mentre emittenti radiofoniche e testate vengono periodicamente chiuse dalle autorità. PeaceReporter pubblica le testimonianze di tre giornalisti somali, contattati durante un reportage del nostro inviato in Kenya e Somalia.

Ilaria Alpi, le indagini proseguono

Sull'omicidio di Ilaria Alpi non cala il sipario. Il giudice dell'udienza preliminare, Emanuele Cersosimo, ha infatti respinto la richiesta con la quale la Procura della Repubblica di Roma aveva chiesto l'archiviazione del procedimento riguardante la morte della giornalista della Rai uccisa in Somalia. La decisione è stata presa in accoglimento dell'opposizione fatta dai genitori di Ilaria Alpi, assistiti dall'avvocato D'Amati. Questi avevano sollecitato lo svolgimento di ulteriori accertamenti anche sulla base degli elementi raccolti dalla commissione parlamentare d'inchiesta. Concessi altri sei mesi di tempo per ulteriori indagini. Secondo il gip , Alpi e Hrovatin, alla luce degli elementi emersi, potrebbero essere stati uccisi per impedire che le notizie da loro raccolte «sui traffici di armi e di rifiuti tossici avvenuti tra l'Italia e la Somalia venissero a conoscenza dell'opinione pubblica italiana»

29 novembre 2007

Tentare la strada del dialogo

Sicurezza nazionale, soluzione dei conflitti, assistenza umanitaria, il tutto privilegiando la strada del dialogo con l'opposizione: queste le chiavi di volta della strategia del nuovo primo ministro somalo, Nur Hassan Hussein, noto come Nur Adde. "Bisogna tener conto - spiega in un'intervista esclusiva concessa all'Ansa (il dialogo si è svolto in italiano) nella sua residenza di Baidoa, 245 km a nord ovest di Mogadiscio - che siamo in guerra civile da oltre 17 anni, da quando fu rovesciato Siad Barre.

Una guerra che ha distrutto tutto, fino al punto di annichilire anche i valori morali. Ed è forse proprio dalla ricostruzione di questi ultimi, dalle fondamenta civili, insomma, che bisogna ripartire". Quanto alla strada maestra, il premier è preciso: "Inseguire con ogni mezzo quanto possa aiutare la pacificazione, scegliendo il dialogo e sperando che ci porti ad una soluzione; ma tutto ciò nell'ambito del ristabilimento di ordine e sicurezza che consenta la soluzione dei conflitti. Ma, ripeto, contiamo di arrivarci col dialogo, di raggiungere così la sicurezza nazionale, l'accesso agli aiuti umanitari, e la soluzione dei problemi più urgenti. Certo, la loro stratificazione dovuta a 17 anni di guerra civile è enorme". -Ma ciò significa che intende dialogare anche con i terroristi islamici che sembrano sempre più presenti e forti a Mogadiscio? "La parola terroristi non mi appartiene: io parlo di opposizione e di insorti. E con loro le porte del dialogo sono aperte: i somali sono somali, e tutti quelli che vogliono il bene della Somalia saranno i benvenuti, non escluderemo nessuno, le nostre porte saranno sempre aperte".

Qualche piccola perplessità, poi, da parte di Nur Adde sull'attuale ruolo dell'Italia rispetto ai problemi somali: "Certo -dice- il ruolo svolto dall'Italia è stato molto utile, però occorre che si facciano passi in avanti. Ciò anche considerando il livello delle attese della Somalia dati gli storici e stretti vincoli di amicizia e collaborazione che hanno legato i nostri due Paesi per lunghissimi anni. Insomma, penso che l'Italia debba fare un ulteriore sforzo per rilanciare il suo ruolo così come si attendono governo e popolo somalo. Peraltro -aggiunge- ho appena ricevuto una lettera di Romano Prodi che mi dà speranze in tal senso". L'intervista finisce quando Nur Adde è informato che il presidente, Abdullahi Yusuf, che lo ha incaricato lo scorso 21 novembre, dopo un lungo braccio di ferro col predecessore, Ali Gedi, lo attende. Bisogna mettere a punto la lista del governo: non sarà facile, anche se è prevista in settimana. Poi, presumibilmente, un nuovo plebiscito del parlamento, cone quello che ha approvato l'investitura del nuovo premier. Ma, infine, la sostanza non cambia.

Le nobili dichiarazioni del premier appaiono un po' come la famosa frase di Martin Luther King: 'I have a dream''. Sì, un bel sogno. Perché la realtà è che Baidoa - già bellissima città, quasi completamente distrutta da numerosi conflitti di cui è stata epicentro - appare in stato d'assedio. Enorme il numero dei soldati schierati lungo le strade, anche molti etiopici; check point ogni dieci metri, e malgrado ciò non rari gli attacchi contro i posti di polizia. A Baidoa, peraltro, anche se sempre rimasta la sede del Parlamento etiopico, ora sono tornati presidente e premier, costretti alla fuga dai combattimenti a Mogadiscio. E la gente comune, disperata, ha poche speranze che il nuovo primo ministro possa davvero cambiare la situazione, tragica, e che si fa sempre più pesante anche per Baidoa.

A tutti appare chiaro che chi ha nelle mani le chiavi del potere resta il presidente, e con lui difficilmente cambiamenti morbidi potranno avvenire. Questa, almeno, la sensazione che si può avere bevendo con altri avventori un buon espresso sulla main road di Baidoa, piena ancora di scritte in italiano: come 'gommista' o 'ricambi auto Torino'. Mentre la situazione umanitaria è drammatica. Oltre quindicimila i profughi censiti 'ufficialmente' nei campi di raccolta. Ma in generale circa 40.000. Operano sette agenzie umanitarie Onu, e quattro Ong. La principale, la Caritas, ha un piccolo ospedale dove riesce ad effettuare 120 consultazioni al giorno, oltre a una quarantina di piccoli interventi. La gente si mette in fila la notte, dice uno dei responsabili del centro, diamo loro qualcosa su cui riposare, e per proteggersi dalla pioggia. Ma quello che possiamo fare è poco: non ci sono ospedali, il più vicino è a Mogadiscio: arrivarci quasi impossibile, ed i nosocomi sono pieni.

23 novembre 2007

L'inferno Mogadiscio


Dopo 14 conferenze di pace, a quasi un anno dall'invasione etiope e dai bombardamenti Usa, giustificati con la necessità di fermare l'avanzata di Al Qaeda in Africa, la Somalia precipita sempre di più nel dramma. Una settimana fa, infatti, dall'Etiopia sono arrivati altri 20 mila uomini e 52 carri armati con un ordine semplice: fare una strage. Comincia da qui il viaggio nell'inferno della Somalia, paese senza pace, dove centinaia di conflitti sono stati coperti dal marchio globale di una guerra civile che dura da 17 anni. I militari del presidente provvisorio sono alla fame, i civili allo stremo (quattromila i morti nel 2007): donne, bambini e vecchi scappano a piedi. Un popolo in fuga dalla capitale e che si rifugia nelle tendopoli. Sperando nell'aiuto della Comunità internazionale. Repubblica.it Le foto

Un popolo in fuga


La Somalia è di nuovo sconvolta da una catastrofe umanitaria. Mentre le forze governative, appoggiate da reparti dell’esercito etiopico, stanno rastrellando interi quartieri della capitale per snidare gli insorti che ancora vi sono asserragliati, da quattro giorni è cominciato un esodo biblico. Il mercato di Bakara, il cuore di Mogadiscio una volta affollatissimo dove gli insorti hanno tenuto le loro posizioni fino a ieri mattina, nel pomeriggio era deserto. Negozi chiusi e bancarelle distrutte dalla battaglia. Palazzine con i muri crivellati dai proiettili. Per strada solo qualche carretto carico di vettovaglie spinto a mano da intere famiglie che abbandonano la capitale. Corriere.it

01 novembre 2007

Vivere sotto le bombe


Mogadiscio, oggi.

Ancora i pirati in azione


Pirati all'abbordaggio, equipaggi che si ribellano e respingono i corsari, unità dell'Us Navy in azione per fermare gli assalti. Le acque al largo della Somalia sono sempre più insicure: almeno 4 mercantili sono stati catturati dalle bande di pirati, armati di fucili e lanciagranate, che partono dalla costa a bordo di veloci motoscafi. Drammatici gli ultimi sviluppi. Una nave nord coreana che trasportava zucchero è stata intercettata da una piccola gang di corsari a bordo di alcune battelli a motore. Otto banditi sono saliti a bordo ma sono stati sopraffatti dall'equipaggio – 22 uomini – e respinti. Il comandante ha quindi ripreso la rotta, dirigendosi verso il porto di Mogadiscio. Spesso per difendersi, i marinai utilizzano potenti idranti "sparati" contro i corsari.Poche ore prima un portacontainer giapponese, il Golden Mori, è stato intercettato da uno "sciame" di motoscafi pirati al largo di Socotra. Il capitano ha lanciato un messaggio di soccorso raccolto da una nave della Marina Usa in servizio nella zona. La "Uss Porter" è intervenuta aprendo il fuoco: almeno due battelli pirati sarebbero stati affondati. Malgrado l'azione dell'unità americana, i corsari sono riusciti a fuggire dirottando il portacontainer verso un loro covo. Una seconda nave statunitense, la "Burke", è stata autorizzata dalle autorità di Mogadiscio a entrare nelle acque territoriali per inseguire i pirati. Un recente rapporto ha rivelato un incremento degli abbordaggi al largo della Somalia: si è passati da otto assalti a ventisei. Secondo informazioni di intelligence nella zona operano almeno cinque bande di corsari che sono cresciute in uomini e mezzi grazie alla situazione di instabilità in Somalia. I banditi vanno a caccia dei mercantili che si avvicinano alle coste o ai cargo che trasportano aiuti umanitari verso Mogadiscio. Le "prede" vengono rilasciate solo dopo il pagamento di un congruo riscatto. In seguito al ripetersi delle scorrerie, il "World Food Program" ha dovuto sospendere l’invio di derrate alimentari verso la Somalia. Corriere.it

22 ottobre 2007

Ucciso il direttore di radio Shabelle

Bashir Nur Gedi, direttore dell'emittente radiofonica somala Shabelle, è stato ucciso da uomini armati non identificati nella capitale Mogadiscio. Gedi è l'ottavo giornalista somalo a perdere la vita quest'anno, facendo della Somalia il posto più pericoloso al mondo, dopo l'Iraq, per i giornalisti. Lo scorso agosto, due colleghi dell'emittente HornAfrik erano stati uccisi a distanza di due giorni l'uno dall'altro, sempre a Mogadiscio. La guerra civile in Somalia, scoppiata nel 1991 e i cui strascichi continuano ancora oggi, ha provocato finora almeno mezzo milione di morti.